DISTANZA, PIU’ ACUTA VICINANZA

Sull’insegnamento a distanza e l’uso delle piattaforme e delle tecnologie digitali

di Bruno Di Marino

Giorgio Agamben ha detto una grande sciocchezza, usando un parallelo sbagliato (aderire alla didattica a distanza è come giurare fedeltà al fascismo, a un nuovo fascismo). Del resto il filosofo aveva già formulato qualche altro discutibile pensiero all’inizio della Pandemia, redarguito da Flores d’Arcais su “MicroMega”. Ma al di là delle dichiarazioni di Agamben, che vogliono forse essere una provocazione – anche se da uno studioso rigoroso come lui ci si aspetta ben altro – è giusto forse fare qualche considerazione sull’insegnamento a distanza e sull’uso delle piattaforme e delle tecnologie digitali che, in parte, sono valide anche più in generale per tutte le attività del lavoro a distanza (telelavoro e smart working).

Premetto che, visto il contesto e anche la mia esperienza personale di docente d’accademia di Belle arti, parlo solo di questo ambito formativo, poiché l’insegnamento nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie, è tutt’altra cosa e mette in gioco problematiche diverse.

Un altro punto da chiarire è che la didattica a distanza ha un suo aspetto contingente e un altro permanente. Vale a dire che appena l’emergenza sarà finita si ritornerà all’insegnamento in presenza, fugando i timori di una “dittatura digitale”. Ma l’aspetto permanente da cui non si può prescindere, è che il Covid 19 segna almeno in questo campo un punto di non ritorno, dopo anni di sonnolenza da parte di una società ostaggio del digital divide e della mancanza di banda larga, a lungo promessa ma mai effettivamente realizzata.

1) E’ vero, la didattica a distanza ci priva del contatto fisico con lo studente, ma sostanzialmente (e lo dico dopo 32 lezioni fatte in due mesi e mezzo con questa modalità) non cambia la qualità della lezione e anche dell’apprendimento. L’unica differenza è che la lezione dura al massimo 2 ore e 30 senza interruzioni, ma la possibilità di interazione dello studente con il docente resta immutata. Certo, lo studente può nascondersi dietro a un’icona e a una sigla, può disattivare il microfono e quindi avvolgere il docente in una condizione di incertezza, di isolamento, psicologicamente straniante e quindi portarlo a richiedere continuamente un feedback agli studenti, ma è una questione di abitudine.  

2) La didattica a distanza vuol dire risparmiare tempo, sia per gli studenti che possono impiegarlo per studiare in modo più accurato e per approfondire, sia per il docente che lo può invece investire per fare ricerca. Insegnando a un’ora di treno da Roma e dovendo prendere diversi mezzi di trasporto, ho calcolato che il risparmio di tempo è di almeno 3 ore, tutto tempo dedicato alla stesura di materiali per il corso che diventeranno libri.

3) Non vorrei soffermarmi sulla questione economica, che pure può essere rilevante, sia per gli studenti che per i docenti, ma va comunque affrontata anche perché una delle accuse mosse alla didattica a distanza è di essere “classista” perché non tutti possono permettersi un dispositivo digitale, che non tutti hanno una buona connessione, accusa unita alla difficoltà delle famiglie di non riuscire in generale a confrontarsi con la tecnologia digitale. Bene, a parte che un i-pad usato costa più o meno come uno smartphone (di cui sono ormai quasi tutti dotati, anche i più indigenti) che può tra l’altro in parte compensare laptop e tablet, più che contestare a priori questa necessità per questioni economiche, si dovrebbe con forza chiedere al governo di stanziare sempre più fondi per compensare questa situazione. Cosa che, del resto, il governo, seppure lentamente, sta facendo.

4) Anche quando la situazione ritornerà alla normalità e finalmente potremmo tornare ad avere un contatto diretto tra studenti e docenti, guardarci negli occhi, prenderci un caffè insieme, avere uno scambio meno freddo e più umano, io personalmente auspico che molte riunioni di dipartimento, collegi dei docenti e magari anche i ricevimenti, continuino a tenersi on line, senza costringere docenti che vivono in altre regioni a farsi centinaia di chilometri e a spendere molti soldi per parlare per due ore di cose di cui possono discutere anche davanti allo schermo del computer. Aggiungo che, almeno per quanto riguarda il comparto AFAM ma limitatamente solo alle materie teoriche, perché quelle laboratoriali non possono essere fatte a distanza, io proporrei che un 30% dell’insegnamento si continui a svolgere a distanza.

Parafrasando un verso del poeta Attilio Bertolucci, “assenza, più acuta presenza”, oserei dire che – per certi versi – mi sono trovato nell’insegnare a distanza anche più vicino ai miei studenti. Un po’ come San Gerolamo, il docente nel suo studio casalingo, nella sua biblioteca, ha la possibilità con una mano di prendere un libro che gli serve per completare un ragionamento, per trovare una citazione frutto di un’idea non calcolata, ma anche semplicemente per trasmettere agli studenti l’amore e la passione per i libri come oggetti, non di possesso, ma come veicoli per condividere esperienze e pensieri, spiegando loro che un testo, qualunque sia, in sé non significa nulla, se non prende vita in relazione ad altri testi, come i link di una rete. La biblioteca stessa diventa come un web di carta, un immenso ipertesto analogico da esplorare insieme agli studenti. E poi vi sono anche gli imprevisti più banali, come le urla dei figli o le interruzioni del proprio partner, che ci conducono alla nostra quotidianità e rendono molto meno sacra la figura del professore, il che – personalmente – trovo sia indispensabile.

Penso dunque, per usare la fortunata terminologia di Eco, che non serva né essere apocalittico – e pensare che più tecnologia voglia dire meno democrazia se non l’instaurazione di un vero e proprio regime tecnocratico – né integrato, poiché i nuovi media vanno utilizzati come strumento, per i vantaggi che comportano e non esaltandoli come una nuova religione.

Faccio solo notare che queste discussioni sulla cultura dello streaming, fatte nel 2020, fanno un po’ ridere, dal momento che l’e-learning è cosa già vecchia di decenni. Nei primi anni ’90 Pierre Levy, nel suo Cyberculture, dedicava molto spazio all’argomento dicendo alcune cose che sono tuttora valide, forse perché mai davvero applicate, come ad esempio il fatto che il docente in questo nuovo contesto appare come una sorta di “animatore dell’intelligenza collettiva”, definizione coniata dallo stesso Levy e che si è realizzata sempre di più grazie agli inarrestabili e democratici processi di condivisione del sapere attraverso la rete. Non perdiamoci in disquisizioni ideologiche e accademiche, finché vedremo nelle culture digitali il peggiore dei mali e sogneremo un nostalgico ritorno all’agorà greca, non faremo altro che indirettamente esaltare ancora di più un insieme di dispositivi che non sono un fine ma solo un mezzo, procurando danni a noi docenti e anche ai discenti.

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